Storia - Le Radio di Sophie - History

Radio a Transistor!!

 

 

“...La mia invenzione non verrà mai soppiantata da alcunché...” (Lee de Forest, inventore del triodo a vuoto, 1920)

 

Nel novembre del 1954 venne commercializzato il primo apparecchio radio interamente a transistor. A guardare la storia della tecnologia da quel giorno ad oggi, sembra che non siano passati solo cinquant'anni, ma un tempo smisurato. Il transistor e i suoi derivati hanno infatti impresso allo sviluppo tecnologico un'accelerazione che non si era mai vista prima, nemmeno ai tempi della Rivoluzione Industriale o della nascita della Radio stessa. Oggi guardiamo con affetto e nostalgia alle prime "radioline" degli anni '50, che entrano a buon diritto nel mondo della radio d'epoca, e guadagnano un posto di assoluta dignità a fianco delle loro calde ed ingombranti "sorelle" a valvole.

 

 La Regency TR1, la prima radio a transistor del mondo.

 

1-Primo contatto!

Coloro che hanno l’età per ricordare quegli anni, memorabili anche per tanti altri motivi, non possono certamente dimenticare il primo “contatto” con uno di quei curiosi oggetti variopinti, allora chiamati affettuosamente “radioline a transistor” o semplicemente “transistor”, scatolette di plastica abbellite da qualche fregio cromato e racchiuse in una lussuosa custodia in cuoio, che col loro peso di poche diecine di grammi erano in grado di sintonizzarsi con precisione su tante stazioni senza diventare neppure leggermente tiepide, ma diffondendo quel “profumo” di elettronica che ci sarebbe diventato in seguito tanto familiare. A fianco ai “transistor” tascabili, poi, c’erano – o arrivarono subito dopo – i “transistor” portatili, col mobiletto in legno rivestito in tela plastificata o “vinilpelle”, provvisti di antenna telescopica e maniglia per il trasporto, che con le loro pile a lunga durata e un altoparlante di grande diametro assicuravano un suono di buona qualità, quasi comparabile con quello delle agguerrite concorrenti a valvole. Iniziò così una guerra, destinata a protrarsi per oltre un decennio, nella quale ogni giorno la nuova tecnologia rubava terreno alla vecchia, fino a soppiantarla del tutto e a renderla obsoleta e inutile. Qualcosa del genere capiterà tante altre volte negli anni a seguire, sempre a causa del transistor, che sotto altra veste causerà dapprima la “morte” delle calcolatrici meccaniche, e successivamente quella delle gloriose macchine da scrivere, col conseguente crollo finanziario di numerose aziende storiche che basavano i loro affari sulla meccanica di precisione e non ebbero la prontezza di riconvertirsi.

 

Confronto tra tre valvole “subminiatura” dei primi anni ‘60 e tre transistor al germanio della stessa epoca. La seconda valvola da sinistra è un "nuvistor".

 

La radio fu la prima ad arrivare, in questa invasione dell’elettronica “solid state”, per una accurata scelta di marketing ed anche grazie alla sua intrinseca semplicità, che ne rese possibile la realizzazione anche se la tecnologia del transistor in quegli anni era ben lungi dall’essere matura. Il transistor (o “transistòre” come si pretendeva che si dovesse pronunciare in italiano) dei primi anni era un dispositivo dal funzionamento ancora incerto e dalle caratteristiche ampiamente variabili anche tra individui dello stesso tipo e marca, al contrario delle valvole che dopo la Seconda Guerra Mondiale avevano raggiunto livelli altissimi di qualità, precisione meccanica e affidabilità, tanto da consentire ai progettisti la realizzazione di dispositivi elettronici in ogni campo di frequenza, dalla corrente continua fino alle microonde, e in ogni campo della tecnologia, dalla radio al calcolatore elettronico fino alle applicazioni aeronautiche e spaziali. E anche per quanto riguarda le dimensioni, le minuscole valvole “subminiatura” e le sfortunate “nuvistor” degli anni ’50 non avevano niente da invidiare ai primi, goffi transistor, offrendo inoltre una affidabilità di funzionamento tale da renderle preferibili per alcuni anni nelle applicazioni più delicate, come gli apparecchi di ausilio medicale (otofoni, pacemaker...), nelle apparecchiature militari e industriali. Dunque la “radiolina a transistor” fu il primo vero “banco di prova” commerciale per i nuovi dispositivi, favorendo un primo salutare impulso per la produzione di massa ed il conseguente calo dei prezzi, dapprincipio proibitivi.

Il capostipite della sterminata famiglia dei transistor dei nostri giorni, sicuri, affidabili, economici e riproducibili in milioni di esemplari su un unico “chip” di silicio, era un oggetto assai delicato, costituito da una piastrina di germanio su cui poggiavano due sottilissimi fili metallici. La produzione di questi dispositivi era quasi completamente artigianale, e la sua stessa costituzione li rendeva delicati, facili da distruggere in seguito a un urto o ad un semplice aumento di temperatura. Si pensi che bastava la temperatura di 65°, facilmente raggiungibile, per distruggere un transistor al germanio durante la sua saldatura in un circuito, e che con soli 50° durante il funzionamento la resistenza interna del transistor diventava abbastanza bassa da causarne l’autodistruzione. Questi dati possono spiegare come mai le grandi Case produttrici di apparecchiature radio (RCA, Sylvania, Philips...) fossero tanto restie, pur conoscendo le potenzialità del dispositivo, ad avventurarsi nella produzione di apparecchi commerciali a transistor.


2-La radio portatile prima del transistor

 

La famosissima radio portatile a valvole "Dinghy" della Voxson (1954)

 

I ricevitori portatili sono praticamente sempre esistiti, fin dai primi giorni della radio. Anche l’alimentazione a pile non era certo una novità ai tempi dei primi transistor, anzi la storia della radio ricorda numerosi esempi di apparecchi alimentati a pile o a batterie, vuoi per sopperire alla mancanza della rete elettrica, vuoi per preservare appunto la portatilità. Il problema, nell’alimentazione delle valvole, è che sono necessarie diverse batterie, che forniscano tensioni basse per l’accensione dei filamenti e tensioni alte per l’alimentazione anodica. In definitiva il consumo elettrico di un apparecchio a valvole è sempre piuttosto alto, e di conseguenza l’autonomia dell’alimentazione a pile è decisamente scarsa. Ciò non ostante, con la fine della Seconda Guerra Mondiale vennero messe in produzione delle valvole a bassissimo consumo e dal minimo ingombro, che resero possibile la realizzazione di apparecchi riceventi veramente piccoli, leggeri e portatili. Questi apparecchi necessitavano di due pile: una da 1,5V per l’alimentazione dei filamenti ed una da 67,5 o 90V per l’anodica. L’autonomia era di dieci ore o poco più, ma il peso complessivo e le dimensioni dell’apparecchio erano veramente limitati, ed inoltre in molti casi era possibile alimentare l’apparecchio direttamente dalla rete luce quando era presente. I portatili a valvole ebbero un discreto successo, e furono prodotti e commercializzati da quasi tutti i grandi produttori. Con l’avvento dei transistor, per alcuni anni la produzione dei portatili a valvole proseguì, in quanto al momento dell’acquisto erano più economici degli equivalenti ricevitori a transistor, ed inoltre permettevano l’ascolto delle onde corte, cosa che per un certo tempo non fu possibile con i ricevitori a “stato solido” a causa delle limitazioni dei transistor della prima generazione.

Fu così che, proprio negli anni dell’esplosione della radio a transistor, la radio a valvole tenne il mercato come concorrente diretta, con apparecchi piccoli e dai design accattivanti, che in molti casi ancora oggi potrebbero venir facilmente scambiati per radio a transistor. Questa coesistenza durò pochi anni, ma abbastanza da far fiorire una vasta produzione di modelli di varie fogge, colori e dimensioni, che oggi rappresentano il fiore all’occhiello di molte collezioni.

Ancora più breve fu la vita degli apparecchi “ibridi”, realizzati mediante valvole e transistor insieme (valvole nei circuiti ad alta frequenza, transistor negli stadi finali), quasi sempre destinati alle autoradio.


 

3-Nascita del transistor

Il transistor nasce in America alla fine del 1947. E’ frutto di una lunga ricerca condotta presso i Bell Laboratories da Shockley, Bardeen e Brattain, che per questo risultato guadagneranno il premio Nobel nel 1956. La storia comincia negli anni precedenti la II Guerra Mondiale, quando alcuni ricercatori, studiando le caratteristiche del silicio scoprirono l’esistenza di due diversi tipi di semiconduttore, quello di tipo “N” e quello di tipo “P”, a seconda di certe impurità contenute nel reticolo cristallino. Fu subito chiaro che questa ricerca avrebbe potuto condurre a utili applicazioni, tanto che il giovane ricercatore William Shockley ebbe a dichiarare nel 1939:  Sono certo che un amplificatore che faccia uso di semiconduttori al posto dei tubi a vuoto sia in linea di principio possibile”.  Sfortunatamente la guerra interruppe le ricerche in questo settore, e fu solo nel 1945 che venne ristabilito presso i Bell Labs un gruppo di lavoro sui semiconduttori, capeggiato da Shockley. Nei due frenetici anni successivi il gruppo concentrò le sue ricerche sul germanio, invece del silicio utilizzato prima della guerra, e finalmente il 23 dicembre 1947 i tre ricercatori poterono presentare al mondo intero un dispositivo amplificatore completamente nuovo, nella forma di un antiestetico intreccio di fili montati su un supporto di plexiglas (Vedi qua sotto ).

A sinistra: il primo transistor, presentato presso i Bell Labs nella storica data del 23 dicembre 1947. A destra: i tre inventori

 

 

Il nome transistor (combinazione di TRANSconductance varISTOR) fu suggerito da un altro ingegnere dei Bell Labs. La teoria che sta alla base del funzionamento dei transistor (teoria delle bande nei semiconduttori) è piuttosto complessa, difficilmente semplificabile come si usa fare per spiegare il funzionamento delle valvole.

Il primo transistor (detto anche “triodo a stato solido”), è un diretto discendente del diodo a semiconduttore, a sua volta derivato dai classici rivelatori a galena conosciuti fin dai primi anni del secolo scorso. Il diodo a cristallo è basato su un pezzetto di cristallo di germanio su una superficie del quale viene collegato un conduttore (terminale di catodo), e sull’altra superficie viene realizzato un contatto a “baffo di gatto” con un filo sottilissimo (terminale di anodo), realizzando così una “giunzione” dalle proprietà rettificatrici per la corrente elettrica. La corrente può fluire con facilità dall’anodo verso il catodo, ma non viceversa.

Il transistor originale a punte di contatto era basato su una tecnologia simile; consisteva in una piastrina di germanio, detta base, a una faccia della quale era connesso un elettrodo, mentre sull’altra faccia erano poggiati altri due sottili elettrodi a punta: uno era detto emettitore (o anche “emittore” dall’inglese emitter), l’altro collettore. In questo modo si avevano due punti di contatto, quello tra base ed emettitore e quello tra base e collettore. Vedremo in seguito in quali condizioni e con quali limiti questa configurazione è in grado di amplificare un segnale elettrico. Il ben noto simbolo grafico del transistor deve la sua origine proprio alla configurazione iniziale.

 

4-L’avventura della Regency TR-1

 

Le caratteristiche dei primi transistor non erano certo entusiasmanti: il coefficiente di amplificazione era piuttosto scarso, il comportamento alle alte frequenze largamente deludente, e l’affidabilità complessiva lasciava molto a desiderare. Ciononostante le grandi industrie cominciarono quasi immediatamente la produzione di proprie serie di transistor, soprattutto in vista di applicazioni particolari, in cui la miniaturizzazione e il basso consumo fossero elementi determinanti per il progetto. Dunque all’inizio degli anni ’50 del secolo scorso, le principali aziende americane già attive nel campo dei tubi elettronici (RCA, Sylvania, Raytheon,), mantenevano una linea di produzione di dispositivi a semiconduttore, senza peraltro “spingere” troppo, e senza inserirli in prodotti di largo consumo, soprattutto per evitare di rischiare sulla propria immagine.

L’unica tra le grandi industrie a lavorare seriamente ad una applicazione che favorisse il lancio commerciale del transistor era la Texas Instruments (TI), azienda leader nel settore dei semiconduttori. Di fatto già nel 1953 gli ingegneri della TI avevano messo a punto un progetto di ricevitore tascabile interamente a transistor. I prototipi, pur perfettamente funzionanti, denotavano però alcuni problemi dovuti alla necessità di selezionare i transistor da installare in ciascuno stadio, a causa dell’alta variabilità delle caratteristiche di ciascun elemento. Ciò faceva lievitare il prezzo del prodotto finito a livelli improponibili, data l’alta percentuale di lavoro manuale necessaria per la produzione e messa a punto di ciascun esemplare.

Intanto, una giovane azienda di Indianapolis, la I.D.E.A. (Industrial Development Engineering Associates), nata dall’associazione di alcuni ex dipendenti dell’RCA, stava a sua volta cercando un proprio sbocco commerciale, con prodotti che non la mettessero in diretta concorrenza con le grandi Case. Già attiva nel campo dell’elettronica con un amplificatore d’antenna per TV, nel 1954 fondò una divisione nuova, cui venne dato il nome di REGENCY, con lo scopo di sviluppare e brevettare nuovi dispositivi in campo elettronico. Il presidente dell’IDEA, Ed Tudor, fu entusiasta all’idea di iniziare la produzione di un ricevitore tascabile a transistor, partendo dal presupposto che con l’avvento della guerra fredda con l’Unione Sovietica, in previsione di un attacco nucleare la radio a transistor avrebbe potuto rappresentare un elemento essenziale per la sopravvivenza. Fu l’ingegnere capo della Regency, Dick Koch, a sviluppare l’idea che mancava alla TI per rendere commerciabili i suoi apparecchi a transistor. Con le modifiche di Koch il progetto della TI diventava insensibile alle caratteristiche intrinseche dei componenti utilizzati, che quindi potevano essere montati e saldati direttamente sulla piastrina a circuito stampato senza alcun altro intervento umano. Inoltre il numero dei transistor scendeva da sei a quattro, con un conseguente ulteriore calo di costo alla produzione. Una terza azienda, la PAINTER, TEAGUE & PETERTIL, specializzata in design industriale, fu incaricata di progettare il contenitore in materiale plastico colorato, da realizzarsi per semplice stampaggio a caldo, senza alcuna successiva lavorazione meccanica (fresatura, lucidatura o altro).

 

Fu necessario anche trovare aziende di componenti elettronici in grado di produrre le parti miniaturizzate necessarie (condensatore variabile, bobine di sintonia, trasformatori per alta e bassa frequenza), che in quell’epoca non erano facili da trovare. Infine, con un grande sforzo ingegneristico, tutti i componenti vennero montati a stretto contatto l’uno con l’altro fino a poter essere contenuti in una custodia in materiale plastico delle dimensioni esterne di circa 8 x 12 cm. Un vero miracolo! La Regency TR-1 fu pronta per il lancio commerciale alla fine di ottobre del 1954, in tempo per le grandi vendite natalizie. Nonostante tutte le economie, il design accurato e l’esiguo margine che la Regency tenne per sé, il prezzo di vendita del primo ricevitore a transistor fu fissato in ben 49,95 $, più altri 3,95 per la custodia in pelle ed altri 7,50 per l’auricolare, un prezzo certamente non proprio economico per gli stipendi di allora. Ciò non frenò minimamente il successo commerciale, che fu immediato e travolgente, tanto che l’unico limite alle vendite della TR-1 fu rappresentato solo dalla scarsa capacità produttiva dell’azienda.

 

La Raytheon 8TP-1, primo modello "portatile" a transistor (1955)

 

La TR-1 non restò a lungo sola sul mercato. Fu la Raytheon, altra produttrice di semiconduttori, a mettere in commercio pochi mesi dopo il secondo apparecchio americano “all transistor”. Si tratta del modello 8TP-1, un apparecchio a otto transistor, di dimensioni ragguardevoli, con mobile in legno rivestito in “vinilpelle”, con altoparlante di grandi dimensioni e pila a lunga autonomia. Il lancio avvenne nel febbraio del 1955, al prezzo di circa 80 $, l’equivalente di oltre 500 € di oggi. Anche in quel caso il successo fu immediato e superiore alle aspettative. Alla fine del 1955, che fu il primo anno intero di vita della radio a transistor, i modelli disponibili sul mercato americano erano già una mezza dozzina: la ZENITH aveva lanciato il suo ROYAL 500, EMERSON il modello 842, RCA il BT-10, General Electric il 675. La TR-1 restò comunque per lungo tempo l’unica radio da taschino, e venne accusata di non essere proprio una “cosa seria”, in confronto agli altri modelli più costosi ed elaborati.

 

5-Arrivano i Giapponesi

 

Ma intanto in Giappone non tutto era calmo e tranquillo. Un piccolo produttore di registratori a nastro, la Tokyo Tsushin Kogyo (TOTSUKO), riuscì nel 1953 a convincere il Ministro del Commercio e dell’Industria  ad autorizzare l’acquisto della licenza di produzione dei transistor da parte della Western Electric sotto il brevetto Bell Labs. Dopo il tempo necessario ad apprendere la tecnologia ed i processi di fabbricazione la Totsuko potè cominciare la produzione di una propria linea di transistor, e di lì a poco, nell’agosto 1955, immise sul mercato il primo apparecchio radio da taschino, il modello TR-55, utilizzando per la prima volta il marchio SONY.

 

Due dei primi modelli Sony: il TR-55 ed il TR-6. Sopra: la simpatica mascotte che accompagnò il lancio pubblicitario

 

Sfortunatamente il TR-55 fu prodotto in piccola quantità e solo per il mercato interno, ed è quindi praticamente introvabile. Il secondo apparecchio prodotto, il TR-72, di grandi dimensioni e con mobile in legno, fu esportato solo in Canada sotto il nome del loro distributore locale GENDIS (General Distributors). Il terzo modello (TR-6) non ebbe maggior fortuna commerciale, ma merita di essere ricordato essendo il primo ricevitore a transistor a montare il rivoluzionario condensatore variabile MITSUMI.

 

Il modello TR-63 della Sony, il primo vero ricevitore “tascabile”

 

Il TR-63, il primo vero ricevitore “tascabile”, fu prodotto nel marzo del 1957. In quel periodo la Totsuko aveva già adottato definitivamente l’accattivante denominazione SONY Corporation, ben adatta a penetrare nel mercato occidentale. Il TR-63 fu una vera rivoluzione, un nuovo modo di vedere la tecnologia e la progettazione estetica. Contrariamente al TR-1 che mischiava al suo interno una miscela di vecchia e nuova tecnlogia, il TR-63 fu realizzato completamente con componenti miniaturizzati progettati apposta e tutti marchiati SONY, compresi i transistor. Il successo del TR-63 fu mondiale, e sancì con forza dirompente l’ingresso dell’industria elettronica giapponese nel mercato occidentale.

Dopo il grande successo del TR-63 la Sony introdusse sul mercato un ricevitore ancora più piccolo, il famosissimo TR-610. Questo fu, ed è tuttora, il più tipico esempio di radio a transistor tascabile, il prototipo intorno al quale si sarebbe sviluppata la produzione mondiale di centinaia di apparecchi simili. Da allora in poi, fatalmente, ogni nuova radio a transistor tascabile sarebbe stata confrontata, e giudicata, in base alle caratteristiche della TR-610.

 

La Sony mod. TR-610, leader del mercato mondiale nel 1958

 

 

6-Radio “strategica”: i misteriosi CD-Marks

 

Ho già accennato ad un aspetto “strategico” che fu assegnato negli Stati Uniti alla radio a transistor e che ne incoraggiò la diffusione. Gli anni dello sviluppo del transistor coincidono con quelli dell’escalation della guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, quella fortunatamente mai combattuta esplicitamente, che coinvolse le due superpotenze mondiali, spingendole ad una sfrenata corsa agli armamenti di offesa e difesa. Tra questi armamenti i più temuti erano i missili a testata nucleare, pronti da ambo le parti a seminare morte e devastazione nel profondo dei territori avversari. Un improvviso attacco di missili sovietici, lanciati dalle loro basi nascoste o dai sottomarini nucleari, avrebbe lasciato ben poco tempo per organizzare una vera e propria difesa attiva. I missili di allora non potevano essere teleguidati, dal momento che dovevano sorvolare un tratto del territorio nemico, né potevano essere puramente “balistici”, perché in questo caso sarebbe stato molto difficile indirizzarli con precisione fin dal lancio. Uno dei possibili sistemi in uso allora per guidare un missile sul bersaglio era quello di dotarlo di una strumentazione in grado individuare e seguire delle particolari frequenze radio ben note, relative per esempio alle stazioni trasmittenti radiotelevisive commerciali disseminate sul territorio nemico, o alla rete di comunicazione radiotelefonica. In altre parole, la rete radiotelevisiva commerciale costituiva una sorta di sistema di “radiofari” che avrebbe permesso ai missili di orientarsi nel territorio da sorvolare. Per disorientare i missili occorreva quindi, in caso di allarme nucleare, “spegnere” tutta la rete di trasmissioni radio del territorio: i missili sovietici, senza più la guida dei segnali radio su cui erano programmati, si sarebbero trovati senza controllo e avrebbero sicuramente mancato i bersagli vitali.

Questo schema di difesa, chiamato CONELRAD (Control of Electromagnetic Radiations) fu uno dei sistemi adottati nel 1951 dal presidente Truman per la cosiddetta “difesa civile”, quella destinata a ridurre il numero di perdite civili o di danni al patrimonio comune in seguito allo scoppio di una guerra aperta. Ma un black-out radiotelevisivo durante un attacco nucleare non era certamente auspicabile per una popolazione disorientata ed impaurita: occorreva assicurare ai civili un sistema di emergenza per impartire le informazioni e le istruzioni indispensabili. E’ qui che entra in gioco la radio portatile, meglio se a transistor. Vennero stabilite due frequenze d’emergenza sulla banda delle onde medie: 640 e 1240 kHz, poste quindi a circa 1/4 e 3/4 della scala delle onde medie. La popolazione venne istruita a sintonizzare, “in caso di attacco”, la propria radio su una di queste frequenze. Sotto un attacco sovietico tutte le radio commerciali avrebbero cessato le trasmissioni regolari. Al loro posto sarebbero intervenute le stazioni CONELRAD per tenere aggiornato il pubblico sulle misure d’emergenza. Come parte del sistema fu reso obbligatorio per tutti gli apparecchi radio venduti dopo il 1953 un preciso contrassegno per ciascuna delle due frequenze strategiche, in modo da facilitarne la ricerca. Questi contrassegni, sotto forma di due piccoli triangoli sulla scala numerica, presero il nome di “CD marks”, dove CD sta per Civil Defense. Quest’obbligo cessò quando il sistema CONELRAD fu abbandonato, nel 1963, in favore di sistemi a più alto contenuto tecnologico.

L’aspetto strategico della radio a transistor come mezzo di comunicazione d’emergenza, messo in evidenza  a più riprese dal governo americano durante gli anni più critici della guerra fredda, spinse molti americani all’acquisto, o comunque rappresentò un buon pretesto per affrontare la spesa.

 

 

7-I primi dieci anni

Nel decennio che va dal 1955 al 1965 si consuma una grande parte dello lo sviluppo tecnologico e commerciale della radio a transistor: dalle prime costose radio tascabili basate sui delicati e instabili transistor al germanio ed alimentate con pile speciali, fino alle prime radio a circuiti integrati, i multibanda AM/FM ed i complessi stereofonici con parecchi watt di potenza d’uscita, equipaggiati con robusti transistor al silicio. Ovvero, dall’esordio alla maturità, con tutto ciò di positivo e negativo che uno sviluppo così rapido comporta. La radio a transistor vera e propria, la famosa “radiolina” diventa sempre più economica e sempre meno “di qualità”, finendo, alla fine degli anni ‘60, ad occupare il ruolo di semplice oggetto di consumo “usa e getta”, del valore commerciale di poche migliaia di lire di allora (pochi euro dei nostri giorni). E’ ancora il Giappone a rifornire il mondo di radioline ed altri piccoli oggetti tecnologici di basso costo, affiancato ora da altri colossi dell’industria orientale (Hong-Kong, Singapore, Taiwan…), mentre le industrie occidentali e in special modo quelle europee tengono le fasce alte del mercato mediante una produzione classica e molto conservativa, basata ancora in gran parte sulla tecnologia a valvole e sulle rifiniture in legno pregiato. Nel frattempo il dispositivo responsabile di questa rivoluzione, il piccolo transistor, si avvia, con accelerazione crescente, verso uno sviluppo che non conoscerà mai rallentamenti, diventando il protagonista indiscusso della tecnologia dell’ultima metà del ventesimo secolo.

Giusto per restare agli anni che ci interessano, sarà sufficiente ricordare che se solo nel 1955 il peso maggiore del costo di un apparecchio radio era dovuto al numero di transistor adottati (anche 5 dollari di allora per ogni transistor), tanto che questo numero veniva generalmente dichiarato con una dicitura esterna, già dopo pochi anni la produzione di massa aveva fatto crollare il prezzo a pochi centesimi di dollaro per unità prodotta (il valore attuale di un transistor comune è stimabile grosso modo in un decimillesimo di dollaro, praticamente zero). Di lì a poco, ossia nel 1961, veniva avviata la produzione dei primi circuiti integrati, quei dispositivi in grado di riunire in un’unica piccola piastrina di silicio (chip) un intero circuito costituito da componenti attivi e passivi, transistor, diodi, resistenze e condensatori. E’ la nascita della cosiddetta “microelettronica”, ossia dell’elettronica basata su dispositivi tanto piccoli da essere invisibili. Il maggiore impulso a questa corsa alla miniaturizzazione non veniva però certamente dalle esigenze del mercato della radio, ma da quello della nascente informatica. Tranne pochi esempi, infatti, la radio non fu coinvolta nello sviluppo della microelettronica, ma anzi per molti anni e fin quasi ai giorni nostri la produzione di apparecchi radio commerciali si basò su uno standard tecnologico fondato su componenti discreti (transistor) e su uno schema convenzionale molto simile a quello sviluppato nei primi anni ’60. I ricevitori a circuiti integrati prodotti prima della metà degli anni ’60, come per esempio il famoso IC2000 della Philips, erano destinati a restare casi isolati.

La produzione di radio a transistor si specializzò rapidamente, se non dal punto di vista tecnico, almeno da quello delle tipologie di utilizzo, dividendosi in tre diversi settori corrispondenti ad altrettante fasce di prezzo: il modello tascabile, il modello portatile e quello da tavolo. I primi due tipi, alimentati a batterie, si configurarono già dai primissimi modelli, mentre il terzo tipo, quello da tavolo, alimentato a corrente alternata emerse pian piano durante il decennio con lo scopo di scalzare definitivamente dal mercato la radio a valvole. Naturalmente, oltre a queste tre tipologie destinate al grande pubblico si svilupparono altri settori più o meno specialistici, per esempio quello dei ricevitori semiprofessionali multibanda, di cui è un ottimo esempio europeo la fortunatissima serie “Satellit” della Grundig. L’industria si adeguò rapidamente alla nuova tecnologia, e se nei primissimi anni le radio a transistor adottavano una tecnologia simile a quella delle radio a valvole, semplicemente ridotta di dimensioni, nel giro di un tempo brevissimo la produzione di componenti si orientò verso le applicazioni transistorizzate; nacquero così i componenti che ben conosciamo, potenziometri adatti per la saldatura diretta su circuito stampato,  condensatori variabili miniaturizzati (come il famoso “Polyvaricon” che segnò l’inizio della fortuna della giapponese Mitsumi), condensatori ed altri componenti adatti per il montaggio “verticale”, avendo i due terminali che fuoriescono dalla stessa parte (radiali), minuscoli trasformatori di media o bassa frequenza progettati per essere affiancati nello stretto spazio destinato ad ospitare tutto il circuito, e comunque tutti componenti adatti per funzionare con tensioni di alimentazione basse o bassissime, e con potenze in gioco anch’esse impensabili solo pochi anni prima.

 

Il condensatore variabile per radio a transistor, introdotto per la prima volta nel 1955 dalla Mitsumi e denominato "Varicon", divenne presto un componente universale per tutti gli apparecchi miniaturizzati

 

 

Occorre dire che lo sforzo della miniaturizzazione in quegli anni andò oltre il ragionevole, e si affacciarono sul mercato dei veri e propri prodigi della tecnologia, ossia le più piccole radio mai prodotte al mondo, che non superavano i pochi centimetri cubici di volume complete di altoparlante e di pile al mercurio incorporate. Un esempio per tutti: la serie “Micronic Ruby” della giapponese Standard, prodotta in diversi minuscoli esemplari intorno agli anni 1964-65. Questi veri e propri “gioielli”, che venivano venduti in confezioni piuttosto lussuose all’interno di appositi cofanetti imbottiti di raso, avevano forse il solo scopo di stupire il pubblico più che di diversificare realmente il mercato: forse la presenza delle “microradio” serviva a rendere più accettabile l’idea della radio tascabile, non troppo piccola e non troppo costosa da acquistare e da alimentare.

 

Un ricevitore miniaturizzato del 1964: il "Micronic Ruby" della giapponese Standard. 8 transistor in pochissimi centimetri cubici, con ascolto in altoparlante!

 

Un altro elemento che conobbe un rapido sviluppo durante il primo decennio commerciale del transistor fu la vera e propria tecnologia costruttiva. Le prime radio erano costruite a mano, esattamente come lo erano state fino ad allora le radio a valvole. Molto spesso si partiva da un telaio metallico, ci si montavano sopra i minuscoli zoccoli per i transistor, i componenti grossi, trasformatori, medie frequenze, condensatore variabile, e successivamente si cablavano i collegamenti e si montavano i componenti passivi su appositi ancoraggi. Questa tecnica “hand wired” (cablata a mano) fu adottata principalmente dalle grosse aziende già attive nel campo della radio. Anche quando si adottava la tecnica del circuito stampato, molto più adatta alla miniaturizzazione, si manteneva l’abitudine del montaggio manuale: ogni apparecchio veniva costruito interamente a mano da operai specializzati muniti di saldatore e spesso di lente d’ingrandimento. In questo modo, il costo finale di ogni apparecchio prodotto si manteneva non molto diverso, se non addirittura maggiore, di quello di un ricevitore a valvole di media qualità. Il circuito stampato, ossia la piastra forata con i collegamenti in rame già stampati, divenuto in seguito lo standard più usato in elettronica, era già stato introdotto da alcuni anni anche per la costruzione di apparecchi a valvole,  con un certo vantaggio nella costruzione di apparecchi economici di dimensioni compatte. Si trattava solo di trovare un sistema industriale per automatizzare il montaggio dei componenti sulla piastra, e soprattutto per eseguire le saldature. Tale sistema, detto della “saldatura a onda”, fu messo a punto proprio nei primi anni ’60, ed è realizzato mediante una vaschetta colma di stagno fuso nella quale viene poggiato per un istante il circuito stampato con tutti i componenti semplicemente inseriti nei fori: la presenza di un disossidante ed una certa oscillazione introdotta sulla superficie dello stagno liquido (onda) provoca la saldatura istantanea e contemporanea di tutti i componenti montati sulla piastra. Questo procedimento favorì la produzione di massa ed il conseguente calo dei prezzi. Un altro elemento decisivo fu lo sviluppo, negli stessi anni, della tecnologia di lavorazione delle materie plastiche, che determinò il moltiplicarsi di gusci di tutte le fogge, colori e modelli possibili, con un'offerta sempre più vasta ed economica, naturalmente a scapito della qualità. Già nella metà degli anni '60 le marche produttrici di radio a transistor raggiunsero un numero astronomico, tra le autentiche giapponesi con le cosiddette "sottomarche", le varie imitazioni dai nomi spesso assonanti con quelli delle marche conosciute, per finire con i mille marchi inesistenti stampati sulle scatolette colorate dal funzionamento incerto in vendita nelle bancarelle, eccetera.

 

 

Da quel momento in poi la radio portatile a transistor cessò di essere quell'oggetto ricercato che era stato nei primi anni, una specie di "status symbol" che denotava il benessere di chi la possedeva, e scivolò inesorabilmente nella mediocrità del grande mercato dell' "usa e getta". Si salvarono solo poche case e pochi modelli che puntarono sulla ricercatezza del design o sulle qualità tecnologiche, ma non furono più sostenute dalla grossa spinta commerciale dei primi tempi: ora il mercato aveva ben altre cose per le mani, televisori, impianti Hi-Fi, registratori a cassette, orologi al quarzo, calcolatrici...

 

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